Defaunazione. La variabile sfuggita al computo del tempo che ci rimane.

E se avessimo sbagliato i calcoli? Se il tempo, valutato dalla comunità scientifica mondiale, rimasto all’umanità per innestare la retromarcia e tentare di mitigare il cambiamento climatico, fosse meno del previsto? La defaunazione, cioè la scomparsa di specie selvatiche, sta rubando tempo alla nostra redenzione.

La vita preziosa delle foreste tropicali

Le foreste sono la maggiore riserva di carbon fossile, ma ospitano anche una miriade di specie di piante ed animali, fornendo risorse da cui dipendono milioni di persone.

La defaunazione riduce la biodiversità. Pappagalli tropicali.

Le foreste tropicali si stima ospitino il 50% delle specie mondiali, ma la deforestazione e la degradazione forestale conduce alla perdita di biodiversità e delle risorse genetiche.

I compiti svolti dall’uomo… all’ultimo momento

Riducendo la deforestazione e la degradazione forestale si sono osservati benefici globali, mediante soprattutto la riduzione delle emissioni dei gas serra, necessaria per mitigare il cambiamento climatico.

Benefici locali includono la prevenzione dell’erosione del suolo e la stabilizzazione del ciclo idrogeologico.

Inoltre, si registrano timidi segnali di migliore conservazione della biodiversità e delle risorse genetiche.

Infine, maggiore attenzione sembra essere concessa alla protezione dei beni forestali e dei servizi essenziali per la sicurezza alimentare delle comunità residenti.

REDD+ Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation

Più di dieci anni sono trascorsi da quando il REDD+ riaccese dibattiti sulla governance forestale, scalando le agende internazionali.

Il REDD, che nel 2015 ha preso l’attuale forma del REDD+, è un ambizioso programma planetario nei confronti del quale non sono mancate critiche di ambientalisti e scienziati.

Tuttavia, è considerato un risultato politico straordinario.

Tale progetto mondiale può prendere diverse forme:

  • gestione sostenibile delle foreste e la conservazione forestale,
  • transazioni di mercato in crediti carboniferi,
  • più ampia riforma per una più concreta governance delle foreste, ad ogni livello delle amministrazioni nazionali.

La ferma strategia stabilita mira a mitigare il cambiamento climatico, attraverso la riduzione delle emissioni dei gas serra da deforestazione.

Promuove, contemporaneamente, la sussistenza e il miglioramento della protezione di altri servizi ecosistemici così come l’habitat della biodiversità.

Sussistenza Indigena: una questione delicata

Le critiche mosse alla ferrea politica ambientalista del REDD+ riguardano l’inclusione ed il coinvolgimento di comunità di locali e gruppi indigeni, nei benefici e nei diritti di terra e di accesso alla biomassa.

Si sono accesi numerosi dibattiti etici sulla dipendenza di queste comunità, residenti e povere, da meccanismi di mercato e valutazioni monetarie, rispetto alla protezione delle foreste.

Tuttavia, il REDD+ è ancora considerato la migliore e la più imponente progetto scientifico, in grado di combattere deforestazione e degradazione forestale su scala mondiale.

Molti paesi dotati di foreste tropicali, infatti, si sono rivolti direttamente al REDD+ nel loro Intended Nationally Determined Contributions (INDCs) che descrive gli sforzi di ogni nazione per ridurre le emissioni come parte dell’Accordo di Parigi.

Eppure le aspettative del REDD+ sono ancora più elevate.

Tutela della biodiversità umana

I negoziati della Convenzione Strutturale delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) hanno ribadito i co-benefici della conservazione delle foreste.

Prima di tutto, hanno rimarcato l’importanza vitale della mitigazione dei cambiamenti climatici e delle risorse ecosistemiche non carbonifere.

Conseguentemente sono state evidenziate sia la necessaria conservazione della biodiversità sia l’incremento del benessere delle popolazioni locali.

Tuttavia, il ruolo della fauna nella ecologia forestale e della caccia non sostenibile, da parte delle comunità locali, hanno importanti conseguenze. Ma spesso sono lasciate fuori dalle attuali discussioni governative sulle foreste, anche dal REDD+.

Nell’ultimo report sullo “Stato delle Foreste del Mondo” della FAO si mette in luce l’importanza della gestione sostenibile delle funzioni ecosistemiche delle foreste.

Così, riconoscendo e monitorando gli effetti sulla sussistenza della biodiversità, le parti interessate stanno diventando sempre più numerose e le richieste di segnali politici sulla conservazione delle foreste sempre più pressanti.

Tenendo, inoltre, conto anche della sussistenza dei locali e della conservazione della biodiversità.

Però, in pratica, come esemplificato da REDD+, il governo forestale si sta focalizzando solo sugli alberi: con annessa valutazione della copertura territoriale delle foreste e delle riserve carbonifere.

Foreste abitate

I beni forestali ed i servizi annessi sono importanti mezzi di sussistenza locali nell’Africa Sud-Sahariana, in Asia, in America Latina.

I residenti poveri tendono a trarre il maggior guadagno totale annuo dallo sfruttamento delle risorse forestali rispetto ai residenti benestanti.

Questo però indica esclusivamente quanto essi dipendano direttamente e naturalmente dalle foreste e quanto potrebbero soffrirne se gli si inibisse l’accesso, come conseguenza, per esempio, del progetto REDD+.

Aborigeni che già soffrono la defaunizzazione.

Il loro sfruttamento delle foreste consiste nel corrente consumo di energia pulita, cibo, medicine e materiali da costruzione, come una rete sanitaria che fornisce cibo o guadagni in tempi di crisi.

Spesso rappresenta solo un riempitivo in periodi di stagione avversa.

Caccia per sopravvivenza ed eco-sostenibilità naturale

La selvaggina -carne di animali selvatici- è un importante prodotto delle foreste. In particolare, i residenti poveri tendono a dipendere dalla cacciagione per cibo in particolari momenti di difficoltà.

Queste azioni incrementano la loro resilienza difronte a concrete difficoltà di sopravvivenza, prevenendo la caduta in ulteriore povertà.

In uno studio globale comparativo, il 39% dei locali sopravvissuti cacciava.

Questo dato ha fornito una stima grezza per la quale, alla fine, 150 milioni di residenti nei tropici raccolgono e per alcuni brevi periodi si affidano alla cacciagione nelle foreste.

Il ruolo dell’introito della cacciagione nelle sussistenze rurali varia considerevolmente tra luoghi diversi, a seconda delle risorse faunistiche e diversificazione delle strategie di guadagno.

Comunque, a fronte di un esiguo contributo al reddito monetario, la cacciagione può essere una risorsa essenziale di proteine, grassi e importanti micronutrienti in molte località rurali.

Le proiezioni future suggeriscono, infatti, una diffusa carenza proteica in un range di paesi e studi casistici prevedono un aumentato rischio di anemia nei bambini se la selvaggina divenisse indisponibile.

Defaunazione: la Sindrome della Foresta Vuota

La sostenibilità della caccia è discutibile in molte località.

Empiriche evidenze rivelano declini persistenti ed estinzioni locali di numerose specie attraverso l’Africa, l’Asia e l’America Latina, in particolare dove la caccia sta sostituendo i mercati urbani.

In molte foreste tropicali, la fauna viene svuotata fino al punto da definire questo nuovo terribile fenomeno antropico “Sindrome della Foresta Vuota“.

Defaunizzazione stilizzata.

Circa l’88% delle foreste tropicali affronta la minaccia della defaunazione attraverso gli effeti combinati della caccia, della frammentazione degli habitat, la registrazione selettiva ed altre forme di inteferenza umana.

La riduzione della fauna non ha solo ripercussioni nocive sui locali rurali, che dipendono da questa risorsa nutritiva e di guadagno.

La defaunazione colpisce l’habitat stesso delle specie frugivore già ampiamente bersagliate e che spesso svolgono funzioni insostituibili nell’ecosistema.

La fauna forestale svolge, infatti, molte funzioni ecologiche, direttamente e indirettamente influenzando i processi ecosistemici.

Le più note sono l’impollinazione, la dispersione dei semi e stimolazione della loro germinazione, la rigenerazione e la crescita delle piante, insieme ai cicli biogeochimici.

Studi empirici, attraverso i tropici, hanno mostrato che la defaunazione (l’estinzione, ad opera dell’uomo, di mammiferi di grande e media taglia) può avere effetti a cascata sulla struttura e sulle naturali dinamiche delle foreste.

I primati sono le specie più colpite dalla defaunizzazione.

La defaunazione, inoltre, potrebbe cambiare la composizione delle comunità di piante, la struttura della foreste e la produttività.

La variabilità a lungo termine e la distribuzione delle risorse degli ecosistemi verranno duramente colpite.

La nostra abilità nel predire le conseguenze di questo terribile fenomeno è, inoltre, ridotta dalla complessità delle interazioni esosistemiche e dagli orizzonti a lungo termine.

Oltre i quali questi cambiamenti si materializzeranno.

Una sola voce: tutelare la fauna!

Brodie e Gibbs hanno affermato che cacciare nelle foreste tropicali costituisce una minaccia climatica.

Rimuovendo, infatti, i disseminatori dei grandi semi degli alberi si deprime la diffusione degli alberi dai grandi semi e l’incremento delle probabilità di estinzione di tali specie vegetali portanti.

La simulazione della locale estinzione degli alberi dipendenti dai disseminatori frugivori dei grandi semi è stata condotta in 31 comunità di foreste atlantiche, in Brasile.

Le foreste rischiano di scomparire per la defaunizzazione che blocca la diffusione dei loro grandi semi.

Bello e colleghi hanno usato un dataset sulla composizione ed abbondanza delle specie arboree, sui semi, frutti, capacità di produrre biomassa ed interazioni con gli animali.

Grazie a tale metodica, i ricercatori hanno provato che l’estinzione, anche solo di una piccola porzione di alberi dai grandi semi, erode significativamente la capacità di stockaggio di carbon fossile della foresta.

Similmente,Peres ed i suoi colleghi hanno preso a modello la biomassa sotterranea delle foreste in differenti scenari di estinzione, indotta dall’uomo, di grandi frugivori nel Brasile Amazzonico.

Hanno, quindi, riscontrato che la defaunazione potrebbe condurre alla perdita di biomassa sotterranea di una quantità che oscilla tra 2.5-37.8%, colpendo le specie vegetali dal grande tronco e dai grandi semi.

I loro diffusori animali sono i mega-frugivori, come tapiri e primati Atelini.

Sed tempus fugit irreparabile tempus

Infine, uno studio pan-tropicale sugli effetti potenziali della defaunazione ha rilevato che le riserve fossili in comunità arboree dell’Africa, India, America si riducevano di più del 10%.

Quindi, c’è un apporto di dati sufficiente per la validazione dell’ipotesi che postula un effetto a lungo termine della caccia sulla capacità forestale di accumulare carbon fossile.

La defaunazione, quindi, minerà di certo gli sforzi del REDD+ nella mitigazione del cambiamento climatico, benchè i ricercatori abbiano solo recentemente iniziato ad esaminare tale collegamento usando modelli vegetali.


Riferimenti Bibliografici

Un pensiero riguardo “Defaunazione. La variabile sfuggita al computo del tempo che ci rimane.

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