Neve a maggio. E il riscaldamento globale?

Pioggia e neve hanno rifatto la loro comparsa un po’ su tutta l’Italia, in quest’ultima settimana. La terza del mese di maggio. E, oltre al generale malcontento, serpeggia anche un certo sarcasmo sulla incongruità tra allarmi mediatici planetari e temperature percepite.

E’ il caso di chiarirsi le idee.

Negazionismo climatico. Pseudoscienza anti-panico.

Una nota comunità globale on line, YouGov, a partire dal mese di Febbraio di quest’anno, ha condotto un sondaggio su diversi temi d’opinione, tra cui il global warming: il riscaldamento globale.

L’ambizioso progetto ha nome YouGovCambridge Globalism Project e ha toccato diversi paesi nel mondo.

Sul delicato e controverso tema dei cambiamenti climatici e la loro causa primaria, il 13% degli statunitensi ha affermato che il clima stia cambiando «ma l’attività umana non ne sia affatto responsabile».

A questa percentuale di dubbiosi si aggiunge un 5% di persone che hanno espressamente negato il climate change.

Il 17% degli intervistati americani, invece, ritiene addirittura che la questione sia «una montatura inventata per ingannare le persone».

La teoria della bufala, fa capo, in sostanza, a quanto più volte espresso dallo stesso Presidente Donald Trump in pubblico.

A voler ignorare il baratro -non cinematografico- verso il quale galoppiamo ogni anno anche Arabia Saudita (16%) e Indonesia (18%): possiedono una percentuale maggiore di persone che dubitano (o negano del tutto) il rapporto tra cambiamenti climatici e la mano dell’uomo come causa.

Nazioni capoliste in questa apocalittica gara all’ammutinamento della ragione umana.

I menagramo. Studio dell’Intergovernmental Panel on Climate Change

Nell’ottobre scorso un rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) dell’Onu ha dimostrato che rimangono solo circa 12 anni per

mantenere il «riscaldamento globale ad un massimo di 1.5°C , oltre il quale anche un aumento di mezzo grado peggiorerà significativamente [la situazione] aumentando rischi di siccità, calore e povertà per centinaia di migliaia di persone».

Tale rapporto è stato pubblicato dopo approvazione in riunione plenaria a Incheon, Corea del Sud.

Ruolo del cambiamento climatico nei nuovi flussi migratori

Siccità, innalzamento delle temperature, inaridimento dei suoli agricoli e scarsità di raccolto sono anche cause sufficienti a spiegare la gran parte delle migrazioni provenienti dal Sahel e dirette verso l’Italia.

Una simile ipotesi socio-ambientale, fondata sul collegamento tra cambiamento climatico e migrazione, è promossa da uno studio del Cnr pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Research Communications.

La ricerca condotta dall’Istituto Inquinamento Atmosferico (Iia) del Cnr ha analizzato il flusso migratorio proveniente dai Paesi del Sahel (Senegal, Gambia, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Chad, Sudan, Eritrea) nel periodo compreso tra il 1995 e il 2009.

Periodo di riferimento, quindi, precedente sia la primavera araba, sia la crisi della Siria.

Finora, spiegano gli scienziati del Cnr, i mutamenti ambientali sono stati considerati solo come concause di conflitti interni che portano in seconda battuta alle migrazioni forzate.

Superando la fase di pre-contemplazione di Prochaska

Nel 1980 due scienziati, J. Prochaska e C. Di Clemente, schematizzarono il faticoso processo di cambiamento in qualunque comportamento umano sotto forma di “Ruota del Cambiamento“.

Le fasi sequenziali, mediante tecniche di counseling e volontà personale, saranno attraversate dal soggetto fino ad ottenere un cambiamento stabile e definitivo verso un nuovo stato di benessere.

La prima fase, quella della pre-contemplazione del problema, rappresenta perfettamente il punto di vista negazionista:

  • nessuna intenzione di cambiare
  • non consapevolezza della propria condizione patologica o a
    rischio -gli altri vedono il problema, la persona lo ignora o lo minimizza-
  • meccanismi di negazione e proiezione all’esterno da sè maggiormente
    presenti.

Motivazione al cambiamento

Il contributo degli esseri umani al riscaldamento globale è una certezza scientifica: lo afferma un team internazionale di studiosi in un articolo sulla rivista Nature Climate Change.

La responsabilità umana nell’innalzamento delle temperature avrebbe un livello di certezza pari a quello valutato, nel 2012, per certificare l’esistenza del bosone di Higgs.

Ci sarebbe, dunque, solo una possibilità su un milione che la causa del cambiamento climatico sia attribuibile ad altri fattori invece che alle emissioni di gas serra dovute all’uomo.

Una tale certezza era già stata raggiunta nel 2005 da due dei tre set di dati climatici, riguardo gli ultimi 40 anni, più utilizzati dai ricercatori.

Nel 2016 fu raggiunta anche dal terzo di questi set.

Nel 2013, l’Ipcc aveva concluso che ci fosse il 95% delle probabilità che l’attività umana fosse la maggior causa del cambiamento climatico a partire già dagli anni ’50.

Peter Scott, del British Met Office e all’epoca nel team dell’Ipcc, ha adesso affermato che, alla luce dei risultati attuali, il tasso di probabilità andrebbe alzato al 99-100%.

L’allarme dei ricercatori punta esplicitamente a convincere quella parte di opinione pubblica ancora scettica riguardo il cambiamento climatico e la sua correlazione con l’attività umana.

E allora? Perchè un maggio con la neve? Dov’è il caldo?

Bando al “provincialismo”: parola del fisico Filippo Thiery

Non dovrebbe fare più caldo degli anni scorsi? Chiede al fisico il giornalista del portale montagna.tv.

Questa è una interpretazione che deriva da un errore di fondo. Stiamo parlando di una singola perturbazione e non dobbiamo confondere tra tempo e clima.

In termini semplici potremmo utilizzare una metafora che è quella della media scolastica di uno studente. Il clima possiamo paragonarlo alla media a fine anno. Il meteo è il singolo voto di uno studente, che può o meno corrispondere alla media a seconda di quante volte si ripeta.

Il singolo evento da solo non fa statistica: se si ripete -e sulla base di quante volte si ripete- si può comprendere quanto incida sulla media.

Vale lo stesso in ambito meteorologico. Una nevicata in questo periodo di per sé è un evento singolo.

Per parlare di andamento climatico e capire quindi come interpretare la successione di singoli eventi che tendiamo a definire eccezionali, […] servono serie di temporali trentennali

Cosa risponde a chi nega il cambiamento climatico affermando che simili eventi siano prove del fatto che il Pianeta si stia raffreddando?

“I cambiamenti climatici e il loro impatto sugli ecosistemi, processo oramai irreversibile e casomai rallentabile, vanno interpretati in termini di gravità in relazione all’intera atmosfera.

Non si può essere “provinciali”, andando a guardare il valore di temperatura registrato in un singolo punto del globo e, per di più, in un singolo giorno.

Bisogna allargare lo sguardo a livello di emisfero. Ed è allora che ci si rende conto che una perturbazione che ha interessato la nostra Penisola non possa essere presa come riferimento di ciò che sta succedendo a livello globale nel medesimo momento.

Basti pensare che mentre in Italia affrontavamo la grande nevicata del febbraio 2012, sulle isole Svalbard si registravano 6 gradi sopra lo zero e pioggia.

La media sulla fascia artica dell’emisfero settentrionale lunedì è risultata di 3 gradi sopra la media di inizio maggio perché in Groenlandia la temperatura era di 10 gradi oltre la norma.

Le zone artiche, che ci sembrano così lontane, sono i punti cruciali degli equilibri climatici dell’intero Pianeta.

La fusione dei ghiacci della calotta polare marina cambia la salinità: ciò innesca o smorza le correnti oceaniche che sono le forzanti principali per il clima di molti paesi. È ciò che accade lassù che muove primariamente il clima.

Quindi una nevicata qui non può certo invertire la rotta di ciò che sta succedendo a quelle latitudini”.

Riferimenti Bibliografici

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