Pianto neonatale: una lingua quasi completamente decifrata

Il pianto per il neonato rappresenta la prima ed – inizialmente – unica forma di espressione verbale.

Una delle prerogative più sacre e venerabili delle madri è, da sempre, l’innata capacità di riconoscere e distinguere le necessità della propria creatura, tra vocalizzi e strepiti di ogni forma ed intensità.

Eppure, i progressi di curiose ricerche scientifiche pare soccorreranno i genitori meno dotati nella decifrazione del pianto dei propri figli.

Interpretazione tecnica della “lingua del pianto”

Di recente, un gran numero di ricerche si sono orientate verso lo studio del linguaggio naturale umano.

Ma, il pianto neonatale, che funge da primario mezzo di comunicazione nei nuovi nati, non è stato ancora esplorato approfonditamente per via della sua complessità e variabilità.

Decifrare il pianto di un neonato è un importante atto di tutela della sua salute.

I segnali celati nel pianto portano informazioni sul benessere del bambino e potrebbero essere colti, in una certa misura, solo da genitori esperiti e professionisti del settore pediatrico.

Per questo, l’identificazione e l’analisi dei diversi tipi di pianto del neonato è possibile ed altamente necessario, sia in campo clinico che familiare.

Lo studio preliminare sul pianto dei neonati

Pubblicato su IEEE/CAA Journal of Automatica Sinica (JAS), in collaborazione con la Chinese Association of Automation, lo studio è stato condotto da Lichuan Liu, professore associato della Electrical Engineering and the Director of Digital Signal Processing Laboratory.

In questo studio, i ricercatori hanno ottenuto ed analizzato alcune caratteristiche del pianto infantile, in funzione di tempi e frequenze differenti.

Sulla base delle caratteristiche tra loro correlate, i ricercatori hanno classificato i segnali del pianto in funzione di specifici significati, decifrandone, quindi, il linguaggio sotteso.

Metodo sperimentale, algoritmi ed esperienza umana

Le caratteristiche sonore estratte mediante tecniche di rilevamento compresso e coefficienti lineari predittivi hanno fornito interessanti dati pratici.

Tutti gli audio oggetto di studio sono stati registrati presso il reparto di terapia intensiva neonatale di un ospedale.

Infermiere neonatali esperte hanno, poi, assegnato la ragione teorica, confutata e validata, a ciascun tipo di pianto.

Il vocabolario del pianto neonatale

In questo nuovo modello sperimentale, i segnali di pianto sono emissioni del sistema vocale del neonato, denominato qui sistema lineare.

Il suono “neh”, prodotto dal contatto lingua-palato, è tipico del riflesso di suzione con cui il neonato garantisce il proprio sostentamento. La riproduzione “a vuoto” di questo suono manifesta il senso di fame.

Un vocalizzo di tipo “owh” si associa allo sbagiglio ed esprime sonnolenza ed esigenza di addormentamento.

Invece, il suono “heh” risulta più aspecifico e può essere utilizzato per esprimere esigenze differenti: freddo, postura scomoda, prurito, cambio pannolino, etc.

Il vocalizzo profondo “eair”, diversamnte dai precedenti, deriva dall’addome e denuncia una sofferenza da colica gassosa, che di solito, si accompagna a flessione delle ginocchia e scalciamento.

Parallelamente alla decifrazione acustica dei segnali neonatali, infatti, la mimica e la espressività corporea agevolano la comprensione nei genitori o nei caregivers.

Un suono più semplice come “eh” indica, invece, la necessità di espellere aria gastrica post-prandiale. Il classico “ruttino” con cui si chiude la prima fase digestiva.

Mission dello studio è distinguere tra fisiologia e patologia

La decodificazione dei suoni, pur fondata su sofisticati calcoli, formule e dati strumentali, può far sorridere per la pretesa standardizzazione di espressioni primordiali umane che sono quanto di più individuale ed originario possa esistere.

Ma l’obiettivo clinico di questo particolare studio sperimentale risiede nella futura possibilità di dirimere prontamente casi patologici e distinguerli da felici espressioni di salute infantile.

Il pianto è la prima forma di comunicazione verbale del neonato e non esprime solo stati patologici.

Ad ogni neonato incluso nello studio, i ricercatori hanno assegnato un algoritmo e, così, sono riusciti ad individuare i pianti di disagio da quelli di normale comunicazione fisiologica.

Un simile lavoro scientifico ha in nuce ampie prospettive di apprifondimento che mirano a tradursi in vitali applicazioni in campo medico e familiare.


Riferimenti bibliografici

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