Viroterapia: lotta ‘micro-biologica’ al cancro

Il recentissimo caso inglese di Cancro Vescicale Non Muscolo-Invasivo, annientato dalla somministrazione di Coxsackievirus, agente infettivo del comune raffreddore, ha riacceso i riflettori sulla Viroterapia in campo oncologico.

Si tratta dello Studio CAVATAK pubblicato su Journal Clinical Cancer Research e condotto da Hardev Pandha e colleghi dell’Università di Surrey in Inghilterra.

Tale studio si è servito di un naturale e comune ceppo virale, il Coxsackievirus A21, per trattare pazienti oncologici mediante il pompaggio -con cateteri- di fluidi ad elevata concentrazione del virus, proprio nella sede tumorale, la vescica.

La viroterapia si avvale di ceppi virali comuni e naturali, come il Coxsackievirus, nell'ultimo studio CAVATAK.

In tutti i casi, con la dovuta variabilità, il virus ha danneggiato sensibilmente le cellule tumorali, ma in un fortunato caso, il Coxsackievirus ha annientato completamente la neoplasia.

L’ottimo dato sperimentale si accompagna anche al vaglio di assenza di significativi effetti collaterali -dell’infezione pilotata- sulle cellule sane circostanti.

Viroterapia: tra avanguardia e storia

La viroterapia, in campo oncologico, risale già ad un secolo fa.

In realtà, però, gli scienziati hanno iniziato a sperimentare questa estrema forma di immunoterapia già dai primi dell’800. Nell’arco del secolo successivo, poi, questo approccio metodologico è passato e tornato “di moda” diverse volte.

Nei primi del ‘900, il chirurgo inglese William Coley balzò agli onori della cronaca scientifica dell’epoca per i suoi esperimenti anti-cancro mediante infezione terapeutica dei propri pazienti.

Il Dr. Coley si legò a tale ipotesi di sperimentazione, in seguito all’ incontro con un uomo il cui tumore maligno sul viso regredì proprio dovendo fronteggiare una severa infezione batterica.

La viroterapia risale almeno ad i primi del '900, grazie alle sperimentazioni del Dr. Coley.
Il sorprendente esito di un tumore facciale in seguito ad infezione batterica del paziente.

Una lotta micro-biologica lunga due secoli

Lo scienziato iniziò ad infettare volutamente i propri pazienti oncologici con l’agente eziologico della Erisipela (dal greco ερυσίπελας – pelle rossa) un’antica infezione acuta della pelle.

Nota sin dal medioevo, l’Erisipela coinvolge il derma profondo e in parte l’ipoderma ed è causata da batteri piogeni: Streptococcus beta-emolitico di gruppo A e Stafilococcus aureus.

In seguito, Coley sviluppò un vaccino da due ceppi batterici modificati, detto tossina di Coley, che divenne un trattamento famoso e diffuso nella lotta a molti tipi di tumore e funzionava inducendo febbre, brivi e infiammazione.

L’enorme lavoro di Coley è emerso solo in tempi recenti, grazie agli sforzi di sua figlia, Helen Coley Nauts, che nel 1953 ha fondato il Cancer Research Institute di New York (CRI).

Il lavoro di Coley è proseguito grazie al tedesco Uwe Hobohm, chimico e biologo dell’Università di Giessen, che, dal 2012, decise di rispolverare l’idea di partenza.

L’idea era semplice: innescare un’infezione nelle celule tumorali per allertare il Sistema Immunitario e forzarlo ad intervenire.

Numerosi studi di casi supportarono l’idea che la patologia infettiva mandasse in remissione il cancro o lo eliminasse del tutto.

Tra successi e nuove tecniche la viroterapia resiste ancora

Con l’ascesa della Radioterapia, Chemioterapia ed altri trattamenti immunosoppressivi, la tossina di Coley perse di popolarità.

Ma tra gli anni ’40-’50 nuovi modelli tumorali su topi e sistemi colturali tissutali riportarono in auge la ricerca viroterapica.

I ricercatori medici infettarono, nel corso dei decenni, centinaia di pazienti oncologici in prove cliniche esponendoli a parotite, epatite e virus del nilo occidentale (West Nile virus).

Gli esiti furono molto variabili, da caso a caso. Alcuni tumori regredirono ed i pazienti vissero ancora a lungo. Altre forme cancerose lottarono contro l’infezione così rapidamente da non far godere il paziente di alcuna benefica remissione neolplastica.

Ancora altri casi clinici emersero “liberati” dal cancro dopo infezione virale, ma poco tempo dopo furono vittime del virus stesso.

I ruggenti anni ’80 e la nuova Viroterapia Oncologica

Gli anni ’80 inaugurarono l’Era Moderna della Viroterapia Oncologica e da allora le prospettive nel settore sono ancora di grande interesse.

Secondo Grant McFadden, direttore del Biodesign Center for Immunotherapy dell’Arizona State University, la sfida è scegliere il virus giusto e decidere come armarlo ed inviarlo nella sede di interesse.

Alcune viroterapie possono essere iniettate direttamente nel letto del tumore, ma molti altri tumori sono difficili da raggiungere con un ago, perchè drammaticamente disseminati nel corpo.

Virus oncolitici: chi sono e come agiscono

I virus oncolitici -letteralmente virus in grado di determinare lisi, cioè distruzione, del tumore- sono particolari ceppi in grado di replicarsi meglio in cellule cancerose che in cellule sane.

Quando le cellule diventano cancerose, assumono caratteristiche pericolose -in primis per sè stesse- a spese delle normali e benefiche peculiarità di quelle sane.

Una di queste consiste nella progressiva perdita della capacità di proteggersi da attacchi esterni. Le cellule cancerose, infatti, sono unicamente impegnate a replicarsi e diffondere quanto più rapidamente possibile, prive ormai di una regia superiore.

Proprio questa trascurata vulnerabilità rappresenta, per le cellule cancerose, il tallone d’Achille cui mirano i virus oncolitici.

La viroterapia ha ottenuto ottimi risultati nel recente studio inglese CAVATAK.
Coxsackievirus su cellule tumorali nella vescica.

Eppure alcuni agenti virali possono mutare morfologicamente in “virus in fuga”, adattando -dopo somministrazione- oppure ricombinando il proprio DNA con quello di agenti patogeni del paziente.

Questo loro lato oscuro può guidarli fin verso infezioni feroci e senza scampo dei tessuti sani del paziente.

I ricercatori di tutto il mondo, per questo, restano in guardia sui tali “fuggiaschi”, ma per il resto i virus oncolitici sono sicuri ed efficaci persino in soggetti defedati ed immunodepressi.

Sempre Viroterapia nel prossimo futuro

Con l’avvento delle ultime tecniche di ingegneria genetica, i ricercatori potranno spingersi ben oltre le ristrette scelte di virus naturali e plasmare i migliori ceppi oncolitici per i propri obiettivi tumorali.

Brevetti e virus-su-misura, dunque, nel futuro della ricerca sul cancro.

E già alcuni nomi si fanno ricordare:

  • H101, messo in commercio col nome di Oncorine, è un virus geneticamente modificato che attacca e distrugge preferenzialmente cellule tumorali cerebrali e del collo;
  • T-VEC, derivante da un Herpes virus modificato, dal 2015 rappresenta il trattamento viroterapico -approvato dall’FDA- in Australia ed Unione Europea contro il melanoma.

Molti nuovi lavori di ricerca stanno puntando ad eleggere nuovi candidati virali per questa antica e riscoperta tecnica onco-soppressiva.

Ne sentiremo parlare ancora per molti anni.


Riferimenti bibliografici

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