Obesità: aggrava i sintomi da covid-19

Lo stato patologico noto come obesità è ben più di una pinguedine corporea, di un’inconscia barriera di separazione dal mondo esterno. E’ un esito. L’esito di disfunzioni endocrine ed immunitarie indotte da stimoli biochimici, alimentari e comportamentali. Dietro le quinte di una corpulenza vestita da disinvoltura o effimera imponenza, quindi, si muovono molecole e mediatori d’infiammazione che logorano, per tutta la vita, i meccanismi metabolici selezionati e perfezionati in epoche più semplici e sane di questa.

Gradazioni di obesità

Sin dai tempi diagnostici più antichi, la causa dell’eccesso cronico e patologico di peso corporeo è stata rintracciata nel “moto a luogo”: “ob” verso, “esus – edere” mangiare. L’attrazione neuro-endocrina ostinata, di alcuni soggetti, per il cibo. Al netto delle implicazioni causa-effetto di ordine psicologico, il costante rifugio nel cibo dei propri bisogni, raramente metabolici, squilibra i meccanismi di regolazione ematica e sistemica.

Dramma nel dramma, la qualità attuale dei cibi per cui si prova desiderio è, negli anni, notevolmente cambiata. Per questo, bastano piccole quantità, a volte, ripetute distrattamente, per condannare a vita il proprio corpo. Perchè l’obesità non è un girone dal quale si esce mai definitivamente. Si parla, infatti, di sindrome metabolica che include obesità ed altre disfunzioni d’organo, come di un’orchestra patologica cronica. Se non trattata costantemente, degenerativa.

Chi abbia richiesto, almeno una volta nella vita, una consulenza nutrizionale professionale o si sia cimentato in autogestioni sotto l’egida di Google, ben conoscerà la sigla BMI: Body Mass Index. Per tutti gli altri, l’Indice di Massa Corporea si dica essere un valore numerico ottenuto dal rapporto tra peso corporeo in kg ed altezza del soggetto, elevata al quadrato, espressa in m (Fig. 1).

L'obesità emerge anche attraverso il calcolo dell'indice di massa corporea.
Fig.1- Indice di Massa Corporea

In base a questo riferimento algebrico è stata, poi, stilata una tabella di riferimento in grado di distinguere i diversi stati fisio-patologici ponderali (Fig. 2).

La classificazione dell'obesità consente una gestione nutrizionale più razionale.
Fig.2 – Classificazione degli stati ponderali

Sotto il BMI c’è molto di più, ma resta sempre un valido riferimento diagnostico

Decenni di approfondimenti sulla composizione intrinseca del peso corporeo, complici anche i modelli bicompartimentali, hanno chiarito che in quel singolo valore numerico si celino, in realtà, stati ponderali molto diversi tra loro (Fig. 3).

Fig. 3 – Modello bicompartimentale del peso corporeo.
Fonte: http://www.composizionecorporea.it/html/cnt/it/modello_bicompartimentale.asp

Eppure, come riferimento immediato e pertinente, anche se grossolano come tutte le semplificazioni, il BMI è entrato in diverse valutazioni scientifiche. Molte di queste, volte a verificare correlazioni nefaste tra lo stato di obesità in sindrome metabolica aggravata ed i recenti rischi mortali da SARS-CoV-2.

Parola d’ordine: patologie pregresse

Numerosi studi delle funzioni polmonari hanno, da anni, dimostrato un modello restrittivo e ridotti volumi polmonari, in soggetti obesi. Tra questi, Richard L. Jones e colleghi appurarono, anni fa, una linearità di relazione tra BMI, capacità vitale (VC) e capacità polmonare totale (TLC). La capacità vitale si può definire come la quantità di aria che può essere movimentata fuori e dentro i polmoni, in un singolo respiro. Normalmente si attesta su 65 mg/Kg. La capacità polmonare totale è, invece, il volume d’aria contenuto nel petto dopo piena inspirazione.

Altri parametri valutati furono la capacità funzionale residua (FRC), intesa come volume d’aria che resta nei polmoni dopo una lenta espirazione, rispetto al volume di riserva espiratoria (ERV), quantità d’aria che resta nei polmoni dopo espirazione normale.

I loro risultati affermarono, così, che al crescere del BMI decrescessero esponenzialmente sia FRC che ERV. L’obesità patologica, dunque, si rifletteva nella respirazione dei soggetti, ridotta al proprio volume residuale (RV). Cioè al solo volume d’aria che non può essere ulteriormente diminuito dall’indebolimento dei muscoli respiratori, come dire il minimo funzionale.

Ma il dato più sorprendente e significativo fu che la maggior parte delle alterazioni percentuali per FRC ed ERV riguardassero già condizioni di semplice sovrappeso o di obesità lieve.

Infiammazione Cronica Sistemica e Sindrome Metabolica

Obesità e sindrome metabolica, da Xin Zhang e colleghi, sono ritenute aumentare l’infiammazione di tipo 2 con effetti sul parenchima polmonare e sui bronchi. L’infiammazione di tipo 2 è alla base dell’insorgenza dei sintomi dell’asma grave non controllata. Tale patologia respiratoria è correlata al rilascio delle citochine IL4, IL-13 e IL-5, sia da parte del sistema immunitario innato (ILC2) che adattativo (T helper 2).

Inoltre, per Michael C. Peters, obesità e sindrome metabolica determinano anche aumento di IL-6. L’infiammazione sistemica da IL-6, insieme a disfunzione metabolica ad essa correlata, è un’aggravante dello stato asmatico in obesità.

Covid-19 ed obesità: pessima combinazione!

Secondo l’ultimo studio condotto da Arthur Simonnet, i pazienti più a rischio per Sindrome Respiratoria Acuta Severa da Coronavirus-2 (SARS-CoV-2) sarebbero proprio i soggetti affetti da patologie pregresse e croniche: ipertensione, disfunzioni cardiaco-respiratorie, diabete, disordini polmonari cronici, cancro. Sorprendentemente, anche il BMI personale, però, oltre la soglia della normalità rientra a pieno titolo tra i fattori di rischio clinico indipendenti per infezione da SARS-CoV-2. Indipendente: anche senza alcuna altra concausa. Reports precoci ne confermavarono subito la portata, in Cina, Italia ed USA.

In aggiunta a quanto affermato sulle responsabilità respiratorie dello stato di obesità, esso è stato confermato anche predisporre ad infezioni polmonari severe come quella indotta dal virus dell’influenza A H1N1.

La distribuzione addominale (centrale) dei depositi adiposi è risultata associata ad una ventilazione indebolita alla base dei polmoni, il che determina una ridotta saturazione d’ossigeno nel sangue. Il deposito lipidico addominale, infatti, noto organo endocrino a sè stante, è in grado di secernere adipochine e citochine (TNFα ed interferone): mediatori infiammatori che innescano uno stato di allarme nel corpo. La tensione biochimica continua, nel corpo, minaccia la corretta funzionalità delle risposte immunitarie, con effetti nefasti anche, come detto, sul parenchima polmonare e sui bronchi.

Polmoniti interstiziali ed altri disastri

La polmonite interstiziale è caratteristica di tutte le infezioni virali: coronavirus, virus dell’influenza, virus respiratorio sinciziale infantile ed altri. Poichè i polmoni umani sono strutturati da una fitta rete di tessuto connettivo, atta a sostenere bronchi, vasi ed alveoli, esso prende il nome di “interstizio“. Il percorso dell’aria inspirata giunge fino a bronchi, bronchìoli ed alveoli: in questi piccoli sacchetti terminali si compie lo scambio continuo tra anidride carbonica ed ossigeno.

In polmonite, quindi in infiammazione, l’eccesso di risposta immunitaria determina un ispessimento del connettivo interstiziale. Si riducono cosi gli spazi necessari a scambi gassosi efficaci e fisiologici.

Pandemia covid-19 e BMI: lo studio

La pandemica patologia covid-19 continua a diffondersi, in barba a curve e previsioni, prevalentemente in Europa e Nord America, dove l’obesità umana può dirsi altamente prevalente. Alla luce di questo, lo studio di coorte retrospettivo del gruppo guidato da A. Simonnet si è proposto di indagare i nessi che legano il BMI elevato alla necessità di ventilazione polmonare meccanica.

Tra Febbraio ed Aprile 2020, infatti, presso l’ospedale Roger Salengro “Centre Hospitalier Universitaire de Lille” (Francia), i ricercatori hanno studiato tutti i casi in cui fosse necessario il ricorso a cure specifiche in terapia intensiva. I soggetti coinvolti nello studio, con diagnosi di polmonite in covid-19 secondo le linee-guida stilate dalla WHO, avevano gli stessi sintomi. Dispnea, incremento della frequenza respiratoria, ridotta saturazione ematica d’ossigeno e necessità di terapie di ossigenazione per 6L/min. I tamponi faringei, sottoposti ad esami genetico-molecolari (RT-PCR), hanno tutti rilevato il ceppo SARS-CoV-2.

Un team di fisiologi si è poi occupato della raccolta e dell’incrocio di dati epidemiologici dei pazienti, per ricostruire storie cliniche, terapie idonee ed esiti, caso per caso. I primi risultati hanno affermato chiaramente che la prevalenza dei casi in cui sia stata necessaria una ventilazione polmonare assistita fosse quella in cui l’ossigeno-terapia non era sufficiente (target di saturazione SpO2 90-94%). La velocità respiaratoria, in questi casi, era al di sotto di 25/min.

Dei pazienti, i ricercatori hanno valutato sesso, età, peso, altezza, BMI, storia di diabete, ipertensione, dislipidemia. Divisi per intervalli di BMI tra sovrappeso e gradazioni d’obesità, i casi sono rientrati in una analisi statistica multivariata (multivariate logistic regression analysis).

Risultati e spunti di riflessione

Su un totale di 124 pazienti in terapia intensiva per SARS-CoV-2, al 6 Aprile 2020:

  • 60 soggetti sono stati dimessi (48%)
  • 18 soggetti sono deceduti (14.5%)
  • 46 soggetti sono rimasti ospedalizzati in terapia intensiva (37%).

Il 73% di loro erano maschi di età compresa tra 51 e 70 anni. I pazienti in stato di obesità con BMI >30 e BMI>35 hanno espresso frequenza prevalente d’insorgenza dei sintomi respiratori più gravi in polmonite da SARS-CoV-2.

Presi nel loro insieme, dunque, i dati statistici e sperimentali hanno dimostrato una relazione netta tra obesità e severità della polmonite interstiziale, ereditata da questo 2019.

Riferimenti bibliografici

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